A chi serve questa voce — Il motore del 23% ciclico: cinque regole che Hurst usa in tutto il libro per leggere grafici, envelope e pattern senza arbitrarietà. Sono gli elementi VI–X del modello price-motion.
Fonte: J. M. Hurst, The Profit Magic of Stock Transaction Timing, Prentice-Hall, 1970 — Capitolo 2, Timing Is the Key (pp. 31–34).
Prerequisiti
Modello price-motion — il contesto degli elementi I–V. Qui si trattano i principi che governano la parte ciclica del moto.
Prima dei principi, una definizione. Quando una quantità parte da un minimo, sale con regolarità fino a un massimo e ridiscende nello stesso tempo al punto di partenza, ha completato un ciclo; se ripete l'azione nello stesso tempo, la chiamiamo ciclica e periodica. Il tempo per completare un ciclo è la durata; l'intera attività ciclica è una componente (p. 32).
1. Principio di sommazione (Summation)
In parole semplici — Il prezzo che vedi è la somma di molte onde cicliche (circa 12) più il trend di fondo. Ogni onda ha la sua ampiezza, la sua durata, la sua posizione nel tempo.
La ciclicità del prezzo consiste nella somma di più componenti periodico-cicliche non ideali. Ogni componente si distingue dalle altre per tre sole quantità:
- la magnitudine — l'ampiezza del moto, misurata da picco ad avvallamento;
- la durata — il tempo per completare un ciclo;
- la fase — la posizione nel tempo rispetto alle altre.
A ogni istante si sommano le ordinate di tutte le componenti, più il trend: il risultato è il prezzo osservato. È il gesto che ripeterai più spesso in tutta l'analisi ciclica, e conviene farlo con le mani almeno una volta:
Esempio — Alza l'ampiezza dell'onda breve nel laboratorio: compaiono i «gallop» — i piccoli zig-zag dentro il trend — esattamente quelli della Fig. 1-2 di Alloys Unlimited nel Capitolo 1.
2. Principio di commonality (Commonality)
In parole semplici — I cicli non sono un capriccio del singolo titolo: durate simili e massimi/minimi spesso sincronizzati fra titoli e indici.
La ciclicità sommata è un fattore comune a tutti i titoli, e si esprime in quattro affermazioni (p. 32):
- la ciclicità esiste nel moto di ogni titolo;
- le componenti hanno durate simili da titolo a titolo;
- massimi e minimi ciclici sono sincronizzati nel tempo;
- le magnitudini relative delle componenti sono simili in tutti i titoli.
La dimostrazione più spettacolare del libro è il confronto fra Standard Packaging e il DJIA (Fig. II-16): riscalati sulla stessa variazione totale, i due grafici girano praticamente insieme su tutte le durate — «where goeth the Dow, there goeth Standard Packaging». Sullo stesso periodo, il ciclo lungo misura 70,0 settimane sul titolo e 71,0 sull'indice.
3. Principio di variazione (Variation)
In parole semplici — I cicli non sono orologi svizzeri: ampiezza e durata fluttuano lentamente, e lo fanno insieme. E ogni titolo devia un poco dal coro.
Le differenze fra titoli nascono anzitutto dal 75% fondamentale; la fonte secondaria sono le deviazioni dalla commonality. Il cuore del principio è la fluttuazione magnitudine-durata, con la regola testuale (p. 33): quando la magnitudine cresce, cresce anche la durata; quando cala, la durata cala con lei. A questa si aggiungono tre deviazioni:
- magnitudini e durate leggermente diverse da titolo a titolo;
- sincronizzazione imperfetta (un minimo può arrivare qualche seduta prima o dopo);
- dominance: in un dato momento certe componenti dominano su un titolo, altre su un altro. Nel DJIA 1965–69, per esempio, i cicli da 9 e 12 mesi risultano «osservativamente insignificanti» — ci sono, ma troppo piccoli per contare.
C'è una buona notizia dentro il principio: estratto il ciclo da 18 mesi dal DJIA 1935–1951 con l'analisi numerica (Fig. II-10), la fluttuazione risulta lenta e liscia — molto più lenta delle oscillazioni che la compongono. Le misure del passato prossimo valgono, con prudenza, per il futuro prossimo.
4. Principio di nominalità (Nominality)
In parole semplici — Hurst usa una tabella di durate di riferimento (6,5 settimane, 13, 26, 9 mesi…). I cicli reali oscillano attorno a quei valori, non coincidono al decimale.
L'effetto della variazione è costringere all'uso di durate nominali nella quantificazione del modello: valori di riferimento comuni, dai quali ogni titolo e ogni epoca deviano entro un intervallo. La tabella completa — dai 18 anni a 1,625 settimane — è in Cicli nominali Hurst.
L'esempio del libro: sul DJIA 1965–69 la componente nominale da 26 settimane si presenta come 21,4 ± 3,5 settimane misurate.
5. Principio di proporzionalità (Proportionality)
In parole semplici — Ciclo più lungo = oscillazione più ampia. Se gira un ciclo da 13 settimane l'effetto è contenuto; se gira quello da 18 mesi, si vede da lontano.
Maggiore la durata di una componente ciclica, maggiore la sua magnitudine (p. 33). La relazione nominale fra le due grandezze è la Figura II-1 del libro:
Perché impararli a memoria
Attenzione — Hurst è esplicito: le tecniche più o meno meccaniche dei capitoli successivi non bastano da sole. I risultati dipendono dalla capacità di sciogliere le ambiguità — dominance, durate che fluttuano, sincronizzazione imperfetta — usando questi principi come bussola.
Scheda riepilogo
| Principio | Domanda a cui risponde |
|---|---|
| Sommazione | Di che cosa è fatto il moto ciclico? Di onde che si sommano |
| Commonality | Vale solo per questo titolo? No: per tutti, quasi in sincrono |
| Variazione | Perché le misure non tornano mai esatte? Ampiezza e durata fluttuano insieme |
| Nominalità | Con che righello misuro? La tabella delle durate nominali |
| Proporzionalità | Quanto peserà questo ciclo? Più è lungo, più è ampio |
Collegamenti
- Modello price-motion — gli elementi I–V
- Cicli nominali Hurst — la Tabella II-1
- Envelope curvilinea — come si misurano le durate sul grafico
- Nesting envelope — cicli annidati
- Tradizione Hurst — indice capitoli